Che differenza c’è tra psicologo e coach?
Lo psicologo è un professionista che guida il paziente, indagando sul suo passato per scoprire e aiutare a risolvere problematiche, lavorando su traumi e disagi profondi, radicati nella storia personale e familiare della persona.
Il coach, invece, lavora sul presente, con quello che c’è, invita a fotografare esattamente quello che esiste nel momento presente senza indagare sui perché o per come, interagisce molto attivamente con il cliente e, insieme a lui/lei, costruisce una strategia per raggiungere un obiettivo, creando azioni concrete.
In parole povere, lo psicologo aiuta a curare, il coach allena. Sono ambiti diversi e competenze diverse. Non si escludono, infatti spesso ho incontrato psicologi che sono anche coach.
Guardarsi allo specchio
Personalmente devo tanto alla terapia, è stata la mano che mi ha guidata quando più ne avevo bisogno e ho imparato tantissimo di me, di quali meccanismi hanno innescato determinati comportamenti, in che modo i traumi che ho vissuto hanno condizionato (…e condizionano!) la mia vita, ecc.
Trovo sia fondamentale imparare a guardarsi allo specchio, ma ci sono angoli che da soli semplicemente non si possono raggiungere. Avere la benedizione di trovare un terapeuta con cui senti di poter lavorare è prezioso e per nulla scontato.
Ora, dopo quasi 10 anni di terapia più o meno continuativi, lo considero come un pit-stop molto sano. Anche quando percepisco di essere arrivata ad un punto in cui credo di essermi “risolta”, tipo puzzle, arriva la vita a spiegarmi che in realtà sono un conglomerato di forze misteriose di cui ho appena scalfito la superficie. Quando questo accade, a volte in modo violento, sapere di poter ricorrere alla terapia è, per me, un sospiro di sollievo.
Il coaching è un gioco
Il coaching è un gioco, per chi comprende la serietà e la potenza educativa del gioco. Ci sono regole che si costruiscono insieme e, con tantissima onestà, si prova, si sbaglia, si aggiusta, ci si inciampa di nuovo e via così.
Ci sono molte variabili che entrano in campo per la “buona riuscita” del gioco; prima fra tutte e per nulla scontata, la voglia di giocare. La condizione fondamentale per iniziare il percorso di coaching è volerlo fare. Il resto, signori, è storia.